Ci risiamo, e stavolta a distanza di neppure una settimana. I produttori
agroalimentari sono di nuovo impegnati a 360 gradi a contenere la
paura. E rassicurare sul fatto che anche il secondo allarme alimentare
pronto ad attraversare le Alpi - stavolta è il batterio negli hamburger
industriali, focolaio Lille, nord della Francia - in Italia avrà vita
dura. Perché la filiera è sana e controllata, i produttori associati in
consorzi e la bse, la “mucca pazza” di una decina di anni fa, ha
insegnato ad evitare astuzie che si pagano caro. Dunque ieri, di fronte
al nuovo episodio di epidemia alimentare transalpina, le associazioni di
produttori più vicine al territorio lombardo hanno chiarito come stanno
le cose da noi.Prima voce, quella di Confagricoltura Milano, Lodi,
Monza e Brianza. Parla il presidente Antonio Boselli: «Dopo la famosa
vicenda della bse molte cose sono cambiate in modo radicale. Le carni
bovine sono soggette a sistemi di controlli efficaci che consentono di
seguire ogni prodotto dalla nascita alla macellazione ed all’immissione
sul mercato. La tracciabilità del prodotto è un obiettivo raggiunto. Il
sistema di allerta contro eventuali anomalie è rapido ed efficace e
permette di circoscrivere in breve tempo eventuali partite sospette. Nei
giorni scorsi sono state sequestrate dodici tonnellate di mais a
rischio». Nella filosofia dell’etichettatura si scoprono però ancora
singolari lacune. Una l’ha evidenziata un’altra grande realtà associata
di produttori, Coldiretti, rivelando che la carne fresca, in vaschetta o
al bancone, è soggetta ad obbligo di indicazione del luogo d’origine;
quella industriale in vendita in scatola nella grande distribuzione, per
qualche ragione ignota no. Basta l’indicazione dello stabilimento di
trasformazione, non dell’allevamento d’origine: «Si tratta di una
situazione ingiustificata che apre facilmente le porte agli inganni, in
quanto consente fra le altre cose di far passare come made in Italy un
prodotto importato dall’estero».Tuttavia anche Coldiretti Milano e Lodi
si affianca a Confagricoltura nello specificare che se si orienta la
propria spesa sul vero prodotto italiano, compreso il “chilometro zero”
lombardo, si azzera praticamente il rischio di imbattersi in “porcherie”
di incerta origine. «Gli allevatori lombardi sono organizzati da anni
in consorzi - enuclea l’ente presieduto da Nino Andena e Carlo Franciosi
- con il marchio carne di qualità attestato da precisi e severi
disciplinari. Alcune di queste realtà nel dicembre 2009 hanno deciso di
compiere un ulteriore salto di livello, a garanzia della filiera,
riunendosi nel Consorzio regionale produttori carni bovine Lombardia,
che ha sede in via Filzi a Milano, presso la stessa federazione
regionale Coldiretti». Fonte: Il Cittadino
sabato 18 giugno 2011
«Batterio killer, la nostra carne è sicura» - Coldiretti e Confagricoltura respingono l’effetto psicosi dopo l’allarme scatenato dall’E.Coli nelle “svizzere” in Francia. I produttori: «Bovini lodigiani e sudmilanesi sempre controllati»
Etichette:
Ambiente Italia,
Attività commerciali,
Difendiamo i nostri diritti,
Inquinamento No Grazie,
Peggioriamo la qualità della vita,
Politica,
Rassegna Stampa,
Sanità e ammalato
