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sabato 9 dicembre 2017

San Donato Milanese: Italia Nostra, Legambiente e WFF contrari alla candidatura per accogliere lo stadio

Dopo la notizia della candidatura per accogliere il nuovo stadio del Milan le associazioni Italia Nostra, Legambiente e WWF hanno voluto dire la loro sulle possibili ripercussioni di questa scelta sul territorio.

Consumo di suolo, aumento del traffico e inquinamento.: ecco cosa spaventa le Associazioni

San Donato Milanese- Italia Nostra Milano Sud-Est, Legambiente Circolo Arcobaleno del Sud Est Milano e il WWF Sud Milano dicono no alla candidatura del Comune, propenso ad accogliere sul proprio territorio un nuovo stadio del Milan.
A spiegarne le motivazioni è stato un esaustivo comunicato stampa. «La nostra prima preoccupazione è legata al territori. Ci dispiace constatare come aree verdi, tutt'oggi agricole, vengano viste come aree dismesse o "buchi da riempire".Si ignora il fatto che,  malgrado siano da riqualificare, sono potenzialmente fruibili da parte di tutti i cittadini».
Proseguendo nel comunicato si fa riferimento ad un'altra problematica, legata al traffico cittadino che «rischia un aumento incontrollabile sebbene l'ipotetico stadio possa godere della vicinanza di una fermata del passante e della metropolitana. San Siro stesso è
servito dalla nuova linea lilla e da diverse linee di autobus e tram, eppure è facile verificare come la maggior parte delle persone raggiunga lo stadio in macchina, magari parcheggiando a qualche chilometro dallo stadio».
L'ultimo aspetto messo in luce è la poca considerazione avuta per il "sistema città". «Milan ed Inter cercano uno stadio di proprietà, San Siro forse sarà utilizzato per la nazionale e per ospitare concerti. Il risultato sarà che la città di Milano e i milanesi avranno in eredità
tre belle repliche di una stessa realtà, capaci di generare traffico ed inquinamento. Il tutto fortemente aggravato dalla scomparsa di importanti aree verdi e ulteriore consumo di suolo». Fonte: 7giorni

venerdì 1 novembre 2013

Una chiesetta medievale venduta, smontata e… quasi inviata al MoMa di New York

La chiesetta è stata costruita tra l'XI-XIII secolo, poi "riedificata" negli anni '50. Sconsacrata, in forte stato di abbandono, il suo proprietario l'ha venduta on line. Ad acquistarla è stato un certo Francesco Vezzoli, artista di un certo ingegno: l'ha sradicata dalla sua collina boscosa dove la chiesetta vi troneggiava armoniosa da secoli, l'ha impacchettata e… stava per spedirla al MoMa di NewYok, museo d'arte moderna per antonomasia, dove avrebbe essere rimontata ed esposta, completamente avulsa dal suo contesto storico e ambientale, in modo permanente. Il condizionale, fortunatamente, è d'obbligo in quanto, come ci informa Italia Nostra, Paolo Franzese, storico dell’arte, ha lanciato l’allarme inviando un’informativa al ministro Bray: la conseguente mobilitazione della Soprintendenza per i beni Architettonici e per il Paesaggio di Cosenza è riuscita a bloccare nel porto di Gioia Tauro il container contenente i pezzi della chiesetta prima di partire per gli Stati Uniti.  Sì, perché la chiesa si trova(va) a Montegiordano, un paesino con meno di 2.500 anime in provincia di Cosenza, dove sono stati dissipati secoli di storia. Una vicenda dal sapore amaro, assurda, che evidenzia ancora una volta il grave stato di abbandono in cui versa parte del nostro patrimonio architettonico. Italia Nostra rivolge un appello al ministro Bray, persona sensibile ed attenta alla tutela dei beni culturali del nostro Paese affinché voglia impedire che questa antica chiesetta venga esportata come una qualsiasi merce, diventando oggetto di mercato, e che lo stesso ministro si impegni perché la chiesetta venga riportata e ricostruita nel luogo di origine. Tutto ciò anche per impedire che questo gesto costituisca un pericoloso precedente.
Quante chiesette da smontare

Ed è per questo che raccontiamo la vicenda: il Parco Sud, come l'intera Italia, conta davvero numerose chiese sconsacrate, che potrebbero essere preda di geniali artisti e subire la medesima sorte della di quella di Montegiordano. Un esempio è la chiesa di Macconago, di cui abbiamo scritto non molto tempo fa (vedi http://www.assparcosud.org/component/content/article/14-istituzioni/636-a-macconago-sono-spariti-i-contadini-ora-tocca-alla-chiesa.html).
Con Italia Nostra stiamo interessando la Soprintendenza. Ma è tutto così difficile: se cadono a pezzi i beni artistici come quelli di Pompei, che destino possono avere le opere minori? Fonte: Associazione per il Parco sud Milano

lunedì 24 giugno 2013

San Giuliano - Rogo doloso rovina la chiesa di Occhiò: "Atto insensato"

«Un atto insensato, che vanifica gli sforzi della comunità per il recupero di un bene prezioso». Dopo le proteste di Italia Nostra, anche il mondo religioso scende in campo per condannare l’incendio doloso che nei giorni scorsi ha danneggiato, per fortuna in maniera lieve, la chiesina di Occhiò, un antico oratorio dedicato ai Santi Giovanni e Paolo, con sede nelle campagne di San Giuliano. Una mano ignota ha appiccato il fuoco a un cumulo di rifiuti che un gruppo di volontari aveva accatastato a pochi passi dall’edificio, dopo aver eseguito un repulisti all’interno e all’esterno del monumento.

«L’operazione di pulizia era avvenuta col benestare del Comune», precisano don Lino Maggioni e don Stefano Crespi, i sacerdoti della parrocchia di San Giuliano Martire, alla quale la chiesina fa capo. I due religiosi si stanno adoperando per un rilancio dell’antico edificio, da tempo in disuso. «Il ritiro dei rifiuti – proseguono – era già stato preventivato, sempre in accordo col Comune». Di procedere alla rimozione, però, non c’è stato il tempo. I materiali di scarto, infatti, sono stati incendiati dopo essere stati cosparsi di benzina. Uno dei muri del monumento è stato raggiunto dalle fiamme.
«Questa azione vandalica ha messo in serio pericolo la struttura del bene, nonché l’incolumità delle persone che risiedono o frequentano la zona – dichiarano i sacerdoti -. Esprimiamo un profondo rammarico per queste situazioni, che vanificano gli sforzi che la comunità e la parrocchia stanno dedicando al progetto “Occhiò all’anno della fede”. Questo progetto nasce tanto a scopo conservativo quanto - e soprattutto - con finalità educativa e sociale, per offrire ai cittadini la possibilità di sviluppare una nuova coscienza, identità e responsabilità civica, in concomitanza con l’anno della fede 2013».
«Auspichiamo per il futuro – concludono don Maggioni e don Crespi - una maggiore partecipazione e vigilanza da parte degli enti presenti sul territorio, nella convinzione che la collaborazione reciproca possa favorire l’operato di tutti e giovare alla cittadinanza».
Con un nucleo primigenio che risale al nono secolo, l’oratorio dei Santi Giovanni e Paolo è fra i monumenti più antichi del Sud Milano. Dopo un lungo periodo di abbandono, è grazie all’interessamento di Italia Nostra se ora si sta cercando di recuperare l’edificio, proponendolo anche come punto di aggregazione.Fonte: Il Giorno

mercoledì 13 marzo 2013

Biogas, il business che "si mangia" la nostra agricoltura

Nel gennaio scorso, Italia Nostra Milano Sud-Est è stata l’unica a formulare e proporre osservazioni di merito rispetto alla costruzione dell’impianto a biogas di Occhiò (frazione di San Giuliano). 

Il problema si sta proponendo a Carpiano (frazione Francolino), dove il Comune ha fatto ricorso al Tar, e a Riozzo (Cascina Abbazia). E questo solo per citare alcuni degli impianti previsti nell'area sud del Parco Agricolo.
Ma, al di là delle specifiche osservazioni per il sito di Occhiò (per altro ora sotto sequestro, in seguito alla denuncia di Italia Nostra Sud-Est Milano, scongiurando il rischio di un raddoppio della struttura), vale la pena di sottolineare le perplessità che derivano da questi insediamenti.
Lo facciamo riportando le riflessioni di Giulio Becattini, un esperto del settore e della pianificazione territoriale.

1 milione di ettari di terreno per il biogas

La produzione di energia elettrica da biogas è aumentata con la pubblicazione delle Linee Guida emanate dal Governo nel settembre 2010 ed è destinata a crescere ulteriormente in conseguenza dei forti incentivi statali, i più alti tra i paesi UE.
Gli impianti di potenza uninominale di 1MW, già installati o di prossima attivazione nel territorio nazionale, si stimano essere circa 2.000; considerando che necessitano di un substrato vegetale (principalmente mais) per la cui coltivazione servono, a seconda del tipo di terreno, dai 400 ai 500 Ha/MW, si può dedurre che già ora devono ritenersi impegnati poco meno di 1 milione di ettari di terreno fertile, spesso irriguo.
Inoltre il programma di apertura di nuovi impianti prosegue ininterrottamente, anche se con gli incentivi del D.M. 11/07/2012 il limite di convenienza della potenza uninominale è stato ridotto a 600 kW.
Siamo di fronte ad un enorme impegno di suolo agricolo pregiato che viene sottratto alla produzione di alimenti per l’uomo o di mangimi per gli animali!
Pur sottacendo in questo ambito i problemi, talvolta devastanti, per l’ambiente e le economie locali di interi territori (pensiamo ad esempio al turismo, soprattutto a quello nelle aree rurali), non possiamo non denunciare che la prima conseguenza per i consumatori sarà un inevitabile e continuo aumento dei prezzi delle derrate alimentari.
Destinare una consistente porzione del territorio agricolo nazionale alla produzione di energia anziché di alimenti, oltre che costituire un indubbio problema di tipo etico, determina il ricorso a massicce importazioni di granaglie o farine dall’estero che aumenterà il rischio di immettere nel mercato nazionale prodotti di dubbia provenienza, difficili da controllare, che potrebbero avere impatti negativi sulla stessa salute dei consumatori.
Questo sconvolgimento del territorio e dell’ambiente rurale italiano così come oggi è conosciuto e apprezzato nel mondo, nonché la possibile modifica di abitudini e usi alimentari, avverrà in un contesto in cui non risultano assolutamente documentati i benefici dal punto di vista energetico: infatti le autorizzazioni uniche provinciali per aprire gli impianti vengono rilasciate in base alla attuale normativa senza la presentazione del bilancio energetico degli impianti.
In altri termini non vengono in alcun modo valutate in modo analitico ed oggettivo tutte le energie necessarie per le pratiche agricole, i trasporti, la funzionalità degli impianti, la distribuzione sui terreni dei materiali di risulta degli stessi (i cosiddetti digestati).
Gli incentivi vengono assicurati ai privati solo sulla base dell’energia elettrica prodotta, anche quando non può essere utilizzata dalle utenze e viene quindi dissipata.
In ogni caso è stato calcolato che destinando tutto il territorio agricolo nazionale alla produzione di mais ed altre colture per il funzionamento degli impianti a biogas, l’energia prodotta coprirebbe appena il 3% del fabbisogno.
Come se non bastasse i costi degli incentivi vengono poi addebitati sulle bollette dei consumatori! Fonte: http://www.assparcosud.org/

sabato 24 novembre 2012

San Giuliano - Il biogas a Occhiò, stop al raddoppio

Biogas di Occhiò, il Parco agricolo Sud Milano ci vuole vedere chiaro. Le “cave” comparse a sud-est dell’impianto sono entrate nell’orbita di accertamenti condotti dal Parco e della polizia provinciale, che potrebbe attuare un’ispezione nel giro di pochissimo. L’ipotesi è che gli sbancamenti visibili al di fuori del perimetro del sito costituiscano fondazioni per un ampliamento dello stesso (in pratica, una “Occhiò 2”), senza però l’autorizzazione degli enti competenti fra i quali Parco Sud, Soprintendenza archeologica e Comune. L’esistenza di un’enorme “trincea” al di fuori del sito in senso stretto - cioè delle cupole e vasche di fermentazione che sono già pronte a funzionare - è stata osservata per primi dagli attivisti di Italia Nostra Sud Est Milano, che hanno documentato lo strano paesaggio “lunare” nella zona dell’antico abitato agricolo poco lontano dalla via Emilia. Attorno all’area perimetrata dalle dune di mascheramento ci sono due scavi nel terreno di maggiori dimensioni, e una serie di piste in mezzo ai mucchi di terra. Il tutto sembra disegnare una sorta di pre-ampliamento della struttura destinata a produrre energia elettrica utilizzando mais, il trinciato prodotto nei 200 ettari delle campagne attorno. Oppure potrebbero essere strutture di servizio all’impianto autorizzato, ma anche queste esterne all’area di produzione in senso stretto. In ogni caso il biogas sangiulianese non può ampliarsi perchè l’ente Parco ha negato il permesso bis. «La conferenza di servizi si è chiusa con la negazione dell’apertura del secondo sito - ribadiscono gli uffici dell’ente presieduto da Guido Podestà- l’iter è andato avanti fino a pochi giorni fa ed ha rilasciato un solo permesso. Ad Occhiò può entrare in funzione il primo fermentatore, non il secondo». Da Milano fanno capire anche che «ci sono prescrizioni paesaggistiche non rispettate in quello che si sta facendo». Il sospetto degli ambientalisti locali (la cui iniziativa è del tutto indipendente da quella delle istituzioni milanesi) è che appunto l’enorme “scasso” sia una sorta di testa di ponte per lanciare la seconda struttura, portando quindi a quattro i silos. Di mezzo c’è anche il problema archeologico, con mattoni romani e frammenti di monete che spuntano accanto al “cratere”.Fonte: Il Cittadino

mercoledì 21 novembre 2012

San Giuliano - È mistero sull’impianto a biogas, Italia Nostra vuole vederci chiaro

Ancora “misteri” sull’impianto di biogas che sta per essere avviato a Occhiò, frazione di San Giuliano fra Viboldone e la via Emilia. Alle spalle del sito principale, cioè dei silos e dei motori per la produzione di energia elettrica, sono comparsi degli enormi sbancamenti di terreno, quasi delle trincee, che hanno suscitato interrogativi a pioggia da parte di chi si è accorto del “fuori programma”. Perchè gli scavi sono fuori, non dentro il perimetro. In primo luogo gli ambientalisti di Italia Nostra, che si sono muniti di macchina fotografica e hanno documentato qualcosa che non sembra esserci sui progetti dell’installazione di Occhiò. La serie di scavi e di sbancamenti è visibile in direzione sud-est, verso la statale 9 e cascina Vettabiolo. Le strutture non sono invece visibili da via per Occhiò, dove c’è l’accesso principale alla centrale che dovrebbe cominciare a funzionare proprio in questi giorni, forse entro la fine della settimana una volta fatto l’allacciamento alla rete elettrica. Gli enigmatici ampliamenti sono di due tipi. L’intervento più impattante è costituito da un paio di “crateri”, di forma a grandi linee circolare, con un diametro interno di diverse decine di metri. Si notano inoltre piste più ridotte, quasi delle strade provvisorie, che circondano la zona esterna all’area di produzione di bioenergie. L’impianto vero e proprio, stando al progetto approvato dalla Provincia di Milano, dal Parco Sud e dal Comune di San Giuliano Milanese, è grande 2500 metri quadrati all’interno di un’ulteriore area transennata più o meno equivalente a due ettari. I due ettari sono perimetrati da dune in rilevato che nascondono alla visuale l’area del sito. “Nascondono” fino a un certo punto, perchè le dune non hanno ancora un solo albero piantumato e i tendoni sopra le vasche di fermentazione, col loro colore bianco, si vedono già da Pedriano. Se la situazione estetica dell’impianto è destinata comunque a migliorare con le barriere alberate, permane il mistero più fitto su cosa rappresentino i nuovi “buchi”. Le ipotesi sono quelle di una struttura secondaria collegata al sito, forse vasche di decantazione dei fanghi reflui prodotti, o addirittura l’“avamposto” di un’estensione della centrale a biogas. I terreni su cui insistono gli scavi rientrano nei 180 ettari che serviranno a fornire mais per le agroenergie. Italia Nostra Sud est Milano sta valutando un esposto legale sulla questione, considerando anche il fatto che sotto le cave c’è un’area archeologica connessa alla via Emilia romanaFonte: Il Cittadino

venerdì 19 ottobre 2012

San Giuliano - Il Redefossi ridotto a pattumiera: «Tocca alla Regione pulire il cavo»

«Tocca alla Regione pulire il Redefossi dalle discariche a cielo aperto. Il Comune può effettuare interventi straordinari, ma solo in caso di assoluta urgenza».

mercoledì 3 ottobre 2012

San Giuliano - Italia Nostra in campo per il mulino di Carpianello

Anche Italia Nostra Sud Est Milano in campo per salvare gli aspetti più tipici della frazione Carpianello: «Conservare almeno la ruota del mulino, parte di un’edificio esistente già nel 1700». Alcuni attivisti di Italia Nostra, associazione nata da pochi anni nel territorio, uniscono le loro perplessità a quelle di chi ha già ammonito il Comune e gli operatori privati a non stravolgere, col piano di recupero, il volto di una frazione rimasta relativamente immutata per secoli mentre attorno alla via Emilia dilagava lo stravolgimento urbanistico. Italia Nostra in particolare teme che le case cancellino il biglietto da visita di Carpianello per chi conosce un minimo la zona: l’edificio del mulino, o almeno la ruota a pale meccaniche, sull’angolo fra le vie Bossi e Ferrari. «Nei prospetti del piano di intervento privato, che abbiamo avuto modo di visionare - osservano Cristiana Amoruso e Mauro Manfrinato di Italia Nostra - non è esattamente chiaro se quanto meno la ruota verrà conservata. Inoltre la datazione dell’edificio è troppo “giovane”, recente, perchè il mulino ad acqua esiste sicuramente da prima del 20esimo secolo. La struttura è inquadrabile tra il 17esimo e il 18esimo secolo, e il complesso risulta già censito dalla Soprintendenza ai beni artistici e architettonici. Il mulino, come elemento che qualifica Carpianello, rientra nella categoria dei beni paesaggistici individuati dal decreto legge 42 del 2004». Per quanto riguarda gli altri stabili affacciati sulla via unica di Carpianello, Amoruso e Manfrinato osservano che «gli edifici della cascina compresi nel progetto, corrispondenti ai civici 8 e 6 di via Bossi, sono già presenti nel Catasto Teresiano ma appaiono di più antica costruzione. Attraverso un esame visivo del muro perimetrale nord che dà su via Bossi, si evincono brani di muratura inquadrabili al 15esimo secolo».Fonte: Il Cittadino

martedì 27 marzo 2012

Melegnano - Le immagini raccontano il Lambro.Il “viaggio” del fiume diventa un affascinante documentario

Un documentario per raccontarne la storia e l’adesione al contratto per tutelarne il futuro. Patto di ferro per salvare il Lambro, ma a Melegnano il fiume continua ad essere sporco. Sabato pomeriggio in castello - durante un evento organizzato in collaborazione con Italia Nostra, Wwf, Bradipo e assessorato al Parco sud - Legambiente ha presentato davanti ad una folta platea “Ciar cumè l’acqua del Lamber” (chiara come l’acqua del Lambro), un documentario sul fiume che attraversa gran parte della città di Melegnano.

venerdì 23 marzo 2012

San Colombano - L’oratorio perduto dei monaci certosini: la storia di un “gioiello” andato distrutto

Un oratorio dei monaci certosini perduto, un castello che contava 17 torri e poi la flora spontanea che si nasconde tra i filari delle vigne. È proprio alla San Colombano al Lambro nascosta, perché non si vede o perché di essa sono rimaste solamente tracce dopo le distruzioni degli anni e dei secoli scorsi , che l’associazione culturale Il Borgo e il Colle dedica tre appuntamenti, patrocinati da Comune, parrocchia di San Colombano Abate e Italia Nostra, sezione Sudest Milano. Il primo appuntamento, per sabato 31 marzo, presso la chiesa parrocchiale, alle 21, sarà dedicato a “L’oratorio certosino della Maddalena: ipotesi di ricostruzione”. Elisa Curti, una delle referenti dell’associazione banina, racconterà la storia di un oratorio cinquecentesco che i monaci avevano realizzato all’interno del castello. Nell’Ottocento fu distrutto, salvando pero i dipinti custoditi oggi nella parrocchiale, parte di un ciclo pittorico attribuito a Bernardino Campi. Proprio dai dipinti superstiti partiranno le ipotesi per immaginare come potesse essere quel tesoro rinascimentale perduto per sempre. Seconda tappa tra i tesori sconosciuti del Borgo Insigne sarà domenica 15 aprile alle ore 15 nel ricetto del castello, alla scoperta delle mura viscontee, che si articolano in due recinti per una lunghezza complessiva di 800 metri. Relatore Marco Rogledi, che analizzerà anche lo stato di conservazione. Domenica 29 aprile, infine, alle 14.30 dal parcheggio di via Tiziano partirà un’escursione alla scoperta della flora spontanea dei colli: Giuseppe Mazzara, complice la primavera, inviterà gli escursionisti a interpretare il territorio con una prospettiva differente.Fonte: Il Cittadino

giovedì 10 novembre 2011

Codogno - Italia Nostra in campo: «Salvate la passerella»

Anche Italia Nostra scende in campo per la difesa della passerella pedonale sopraelevata ai binari. «Realizzato ai primi del Novecento, questo manufatto è davvero molto bello e merita tutela: basti pensare che la passerella di Codogno è l’unica su tutta la tratta ferroviaria Milano-Bologna - interviene il referente di zona di Italia Nostra Paolo Monticelli -. Che dire: come associazione non possiamo non essere in prima linea tra quelli che non vogliono assolutamente che la passerella venga abbattuta».

martedì 11 ottobre 2011

San Giuliano - Maxi telone sopra l’oratorio di Occhiò: Italia Nostra in campo per la chiesetta

Italia Nostra sud est Milano mette un “tetto” all’oratorio medioevale di Occhiò, l’edificio religioso più antico del Sudmilano. Domenica scorsa alcuni attivisti del sodalizio hanno lavorato per alcune ore alla messa in sicurezza - almeno quella possibile - del complesso sacro fra Viboldone e la via Emilia, appena fuori l’omonima cascina Occhiò. I cinque soci di Italia Nostra hanno eseguito in particolare un’operazione concordata sia con la Curia di Milano che con la parrocchia di San Giuliano Martire: la posa di una copertura in cellophane, di diversi metri quadrati di superficie, sopra i muri millenari che rischiano di cedere e sgretolarsi completamente di fronte agli agenti atmosferici. Possono bastare un paio di inverni - anzi forse uno solo, il prossimo - per radere completamente al suolo un edificio che per una buona metà è fatto di materiali edilizi romani. L’oratorio di Occhiò, toponimo che alcuni collegano al computo delle miglia lungo la via Emilia (“Octavum”, ottavo miglio partendo dall’ uno, non dallo zero, nel centro di Milano, nda), è costruito in larga parte con laterizi provenienti dalla demolizione di una o più ville costruite 1600-1700 anni fa. Ad Occhiò, in poche parole, si cammina sopra un tappeto di mattoni romani integrati da aggiunte successive, medioevali, comunque anche queste stimate anteriori all’anno Mille. In questo modo la chiesetta - che in origine era più ampia dell’attuale, testimonianza dell’importanza dell’abitato rispetto all’attuale San Giuliano - potrebbe essere di almeno sette secoli più antica della vicina Viboldone, il più noto centro spirituale della zona. «Bisogna installare dei ponteggi fissi, altrimenti cadrà tutto», resta però l’appello lanciato dall’associazione.Fonte: Il Cittadino



martedì 4 ottobre 2011

San Donato - Una festa per tutelare l’antica cascina Ronco

L’associazione Italia Nostra chiederà un nuovo sopralluogo della Soprintendenza ai beni architettonici su cascina Ronco, al fine di sollecitare la tutela dell’ultimo insediamento agricolo attivo nel territorio di San Donato. Un esponente della nota associazione che si batte su rete nazionale per la conservazione delle testimonianze del nostro passato ha annunciato l’intenzione di portare avanti questa battaglia, prendendo la parola nel corso del convegno, che si è tenuto domenica nella frazione sandonatese, in occasione del week end di festa promosso da Rifondazione comunista per dire “no” alla trasformazione della cinquecentesca struttura in un condominio per 300 abitanti. E nel medesimo contesto anche il consigliere di palazzo Isimbardi, Massimo Gatti (lista “Un’altra provincia - Prc”), si è pubblicamente impegnato di fronte al pubblico locale per la salvaguardia dell’antica struttura che ospita un’azienda agricola. Facendo un bilancio i comunisti si dichiarano soddisfatti della partecipazione all’evento. «La festa - dichiarano i promotori in una nota diramata ieri - ha avuto un grande successo di partecipazione: i cittadini hanno dimostrato e ribadito ancora una volta il loro profondo legame con cascina Ronco, la loro convinzione che debba essere salvata sia l’attività agricola che la struttura. Solo così cascina Ronco potrà continuare a vivere e a mantenere quella funzione sociale che esiste solo quando terra coltivata, agricoltori e struttura cascinale sono strettamente legati». Sabato mattina, quindi, all’ombra della bandiera rossa, è previsto un banchetto per la raccolta firme con cui proseguirà la campagna contro un piano urbanistico, fortemente contrastato dall’opposizione, che per il momento ha subito una frenata d’arresto.L’associazione Italia Nostra, che ha già annunciato nuove mosse, nelle scorse settimane si è anche rivolta all’esecutivo di centrodestra sandonatese chiedendo una variazione al Pgt (Piano di governo del territorio), che garantisca la continuità della vocazione agricola per il complesso che sorge a ridosso del Parco Sud.Fonte: Il Cittadino

sabato 1 ottobre 2011

Codogno: «Fermate quello scempio»

«Si blocchi al più presto questo scempio». Grido di allarme quello lanciato ieri da diversi codognesi a cui non è sfuggita la devastazione in atto nel parco di villa Polenghi, in quella parte di giardino che si affaccia su viale Trento: proprio qui, da un paio di settimane, è iniziata la ristrutturazione dell’ex casa del custode della villa, comperata da un privato dalla società “Il Parco” che dell’intero complesso Polenghi è proprietaria. Da qualche giorno il cantiere è entrato nel vivo. Ma lo ha fatto portando devastazione in questa parte di parco: cumuli di terra e laterizi accatastati in più punti (anche dov’era il monumentale cedro del Libano schiantatosi sotto il peso della neve nel 2009), un paio di ruspe posteggiate nel parco davanti l’ex casa del custode, sempre dentro il parco anche due camioncini. Di erba, ovviamente, più nessuna traccia. «Sembra un campo di patate», questo il commento sconsolato raccolto ieri mattina da un codognese. A tuonare è stato anche l’ex consigliere comunale Pierattilio Tronconi: «Èuno scempio, assolutamente da bloccare. Mi chiedo: ma come hanno fatto ad entrare i mezzi, se la cancellata non è autorizzata come passo carraio? C’è assoluta mancanza di rispetto verso un parco che ormai è l’ombra di se stesso. Ma quale politica sta perseguendo la proprietà, perché questa continua devastazione di questo giardino su cui vige un vincolo di tutela? Vogliono distruggere talmente il parco Polenghi da poter poi farne area per future residenze?». Ieri le proteste sono arrivate fino in comune, portate all’attenzione di sindaco e vicesindaco. Sempre ieri mattina l’ufficio tecnico municipale ha realizzato un dossier fotografico della situazione da inviare alla Sovrintendenza. Anche Italia Nostra è stata informata della questione.Fonte: Il Cittadino

sabato 13 agosto 2011

San Donato - Italia Nostra si schiera per cascina Ronco

Anche Italia Nostra Sud Est Milano aggiunge la sua voce alle molte che non vogliono la fine di cascina Ronco, l’ultima impresa agricola (anche se non è proprio così), attiva in territorio di San Donato.«Le associazioni sandonatesi, soprattutto quelle di tipo paesaggistico ambientale, devono unirsi e formare un coordinamento contro lo snaturamento di una corte che risale al 1500», è la convinzione della nuova sezione territoriale con competenza su tutto il Sudmilano. Inoltre: «Non è possibile accettare l’abbattimento degli stabili e la totale riconversione residenziale se prima non si garantisce il proseguimento dell’attività agricola».Quest’ultima riguarda 80 ettari di superficie coltivata, tutti sotto vincolo del Parco Sud, che in un modo o nell’altro dovranno comunque continuare ad essere condotti anche quando il piano residenziale prenderà forma. La battaglia per la tutela dell’ultima cascina sandonatese non è proprio tale - a qualche centinaio di metri c’è cascina Bosco, isolata nell’ultimo lembo ad ovest del comune - ma registra anche in pieno agosto un nuovo sviluppo dopo le prese di posizione di pochi giorni fa, compresa la raccolta firme tra i cittadini.Italia Nostra pone l’accento, oltre che sull’antichità del luogo, anche sulla necessità di dare di trasferire il ricovero attrezzi e le strutture. «La cascina Ronco risale alla fine del XVI secolo - annota Cristiana Amoruso, vice presidente Italia Nostra Sud Est - ed ha sempre fatto parte della storia di Poasco sui catasti e sulle mappe. La gestione della famiglia Villa, tuttora in essere, va avanti dal 1936. Questa impresa agricola in affitto (la proprietà è passata dall’ex Ipab Golgi Redaelli ad altri gruppi immobiliari, nda) garantisce al territorio sandonatese la continuità di una radice agricola, faticosamente mantenuta nonostante l’urbanizzazione massiccia e l’aumento dell’inquinamento».Secondo la portavoce Italia Nostra un anonimo, per quanto bello, complesso di appartamenti azzererebbe anche il valore didattico di questa “agricoltura di città”: «Cascina Ronco è sempre stata un perno non solo per le visite ai fabbricati agricoli, al mulino o per le iniziative volte a far conoscere gli animali e l’agricoltura, ma anche per feste di paese, rinfreschi di nozze, spettacoli teatrali, nonché per il mese mariano di maggio. È il simbolo identitario di un paese».L’associazione insiste sulla mancanza di garanzie all’attività agricola, anche trasferita: «Nel nuovo Pgt non c’è più neppure il vincolo del mantenimento dell’attività agricola al di fuori della cascina». Ecco allora l’idea di un fronte comune fra associazioni del territorio contro il maxi recupero edilizio: «Occorre promuovere iniziative congiunte e rivolgiamo il nostro invito specialmente alla neonata sezione del Fondo Italiano per l’ambiente di San Donato».Fonte: Il Cittadino

martedì 9 agosto 2011

Italia Nostra adesso scrive a Napolitano contro le tangenziali

Contro la Tem ultima chance al Quirinale. La sezione sud est Milano di Italia Nostra bussa alla segreteria di Giorgio Napolitano, ed a quella dei ministri Matteoli e Prestigiacomo, per chiedere di non fare l’ultimo passo: non costruire la Tem e la “gemella” Toem. E nel caso, ormai praticamente certo, che si facciano, «eliminare dal progetto il nodo di opere locali attorno a Cerro al Lambro, che rappresenta la fine del Parco Sud e la totale separazione sociale e culturale di Riozzo e Cerro». In altri termini: se dopo l’ok del Cipe c’è ancora spazio (poco, secondo Italia Nostra), per salvare il salvabile, quello spazio è rappresentato dalla catasta di bretelle, connessioni, tangenzialine presentate come il “vero” affare in arrivo. Sfoltirle sarebbe invece più intelligente che tirarsele addosso tutte, secondo il presidente Kisito Prinelli di Riozzo e gli associati. Italia Nostra non esita a rivolgersi alla massima carica dello Stato: «Scriviamo per sottoporre una questione a cui forse solo Voi potete porre rimedio», si legge nelle prime righe. Che la est esterna, con gli altri 40 chilometri della nuova tangenziale ovest, rappresenti la totale fine del Sudmilano e dell’Alto Lodigiano “zone verdi”, per gli estensori dell’appello nemmeno c’è bisogno di discuterlo: «Andiamo verso uno scenario spaventoso di come sarà il Sudmilano fra qualche decennio. Scatterà un meccanismo irreversibile fatto di attrazione di traffico nuovo e nuove attività lavorative, capannoni in pratica, verso le tangenziali. Per stessa ammissione di Tem Spa le opere creeranno nuove possibilità di lavoro, industriali e commerciali. Avremo un traffico che uscito da un’ efficiente superstrada privata, si dovrà riversare su strade comunali e provinciali per le quali oggi non ci sono nemmeno i soldi per coprire le buche». Il Parco Sud diventerà il simulacro di se stesso: «Perderà la sua continuità già fragile e la sua funzionalità, lasciando il posto ad un caos anonimo di situazioni commerciali e logistiche che, sviluppandosi come un cancro attorno a queste autostrade alimentate dalla fame degli enti locali, andranno oltre ad uccidere il Parco agricolo anche a rovinare la salute di chi vive in quelle zone. Ricordiamoci i dati lodigiani sulla mortalità per tumori».Fonte: Il Cittadino

giovedì 6 gennaio 2011

Puglia-Emilia Romagna il Tubo che bucherà l'Italia - Il gasdotto Adriatica toccherà 10 regioni e 3 parchi nazionali. Crescono le proteste. L'impianto porterà nel nord del Paese il gas che arriva dall'Algeria e dalla Libia

CITTÀ DI CASTELLO (PERUGIA)

Ti parlano della foresta Macchia Buia come se fosse una figlia. "Ci si arriva solo a piedi, non ci sono strade. È bellissima. Ci sono distese di faggi e cerri dove incontri i caprioli, i cervi, il lupo e il gatto selvatico che si credeva estinto... Dicono che ci sia anche la lontra". 

Ma passerà anche qui, il grande Tubo, e taglierà una fetta di bosco larga 40 metri. Taglierà anche fette dell'Alpe di Luna e del Ranco Spinoso, interromperà fiumi e torrenti, scaverà gallerie nelle montagne. Si chiama "Rete Adriatica", questo grande Tubo, e porterà il gas da Massafra di Taranto fino a Minerbio di Bologna, 687 chilometri percorsi in gran parte sul crinale dell'Appennino, ultima zona quasi intatta d'Italia. Il progetto è della Snam rete gas spa, con la partecipazione della British Gas, presentato nel 2005. Il gasdotto porterà nel nord dell'Italia (poi forse in altri Paesi europei) il gas che arriva dall'Algeria e dalla Libia. "Noi abbiamo saputo di questo gasdotto - raccontano Stefano Luchetti e Aldo e Ferruccio Cucchiarini, dei comitati No Tubo di Città di Castello e Apecchio - leggendo un avviso sull'albo pretorio dei nostri Comuni. Era stato affisso per chiedere agli enti locali il riconoscimento della pubblica utilità dell'opera. Subito non ci siamo preoccupati. In fin dei conti un tubo che passa sotto terra, che male farà? Poi ci siamo informati. Questo tubo ha un diametro di 1,2 metri e va messo in una trincea cinque metri sotto terra.
Ma ha bisogno di una servitù di venti metri per parte, insomma di una fetta di territorio di 40 metri. E serviranno, in molte zone montane, anche strade che permettano l'accesso delle ruspe e degli escavatori necessari ai lavori di sbancamento e alla messa in posa del tubo. Il nostro dubbio più grande è questo: perché si fa passare il tubo sul crinale appenninico, così delicato, e non sulla costa adriatica, dove già esiste un altro gasdotto?".  In effetti, il progetto iniziale prevedeva il raddoppio sulla costa, come avvenuto per l'altro gasdotto sulla costa tirrenica. Poi la Snam ha annunciato di avere riscontrato "insuperabili criticità" su quel percorso - come scrivono i Comitati di protesta in un esposto presentato alla Commissione europea - e ha deciso di deviare il grande tubo sull'Appennino. Ma qui i problemi si aggravano. "Il gasdotto - dice Stefania Pezzopane, assessore al Comune dell'Aquila - segue infatti la faglia del nostro terremoto ed entra poi in Umbria, sulla faglia del terremoto del settembre 1997. Noi abbiamo saputo in ritardo di questo progetto. La richiesta è arrivata infatti al Comune dell'Aquila il giorno 8 aprile 2009, due giorni dopo il grande sisma, quando ancora si cercavano i morti e i feriti. Avremmo dovuto dare risposta scritta entro trenta giorni, altrimenti il silenzio sarebbe stato interpretato come assenso. Ma in quei giorni il Comune nemmeno aveva una sede. Appena ripreso fiato, dopo i mesi della disperazione, l'anno scorso come presidente della Provincia ho firmato il ricorso alla Comunità europea. Adesso anche il Comune ha preso la stessa decisione, così come la provincia di Pesaro, quella di Perugia, i Comuni di Gubbio, Città di Castello e tante associazioni ambientaliste come Wwf e Italia nostra". In zona fortemente sismica è anche la prevista centrale di decompressione di Sulmona. "Occuperà un'area - dice Mario Pizzola, del comitato Cittadini per l'ambiente - di 12 ettari, vicino a zone abitate, e sarà un brutto biglietto da visita per chi entra nel parco della Maiella. Noi abbiamo già raccolto 1.300 firme per denunce individuali alla Comunità europea. È assurdo aggiungere rischi in un territorio come il nostro che già dovrebbe essere messo in sicurezza".  Nel documento inviato all'Europa si dice che il gasdotto ha ricevuto autorizzazioni parziali, e in alcuni casi scadute, per ognuna delle cinque tratte in cui è stato suddiviso, ma che manca una Vas, valutazione ambientale strategica che studi il progetto nel suo insieme. Si insiste sul fatto che il percorso attuale tocca i parchi nazionali della Maiella, dei monti Sibillini e del Gran Sasso - qui oltre ai lupi vivono anche gli orsi - oltre al parco regionale del Velino - Silente e 21 fra siti d'interesse comunitari e zone a protezione speciale, dal lago di Capaciotti ai boschi di Pietralunga. Luoghi come Macchia Buia o Alpe di Luna che rischiano di essere falciati, come un prato, dal grande Tubo. Fonte: La Repubblica.it

giovedì 5 febbraio 2009

Melegnano - «Quella facciata doveva essere salvata»

Interviene l’ente di tutela milanese: «La soprintendenza aveva chiesto di mantenere i muri perimetrali«. Il sindaco: «Scelta nostra».Italia Nostra contro l’abbattimento dell’edificio in Largo Crocetta.

«Lo storico stabile di largo Crocetta? Demolito seppure la soprintendenza avesse suggerito di mantenere almeno i muri perimetrali. Ma ora vogliamo che il nucleo urbano del Borgo sia tutelato». Ad affermarlo è Luca Carra, presidente milanese di Italia nostra, e l’edificio abbattuto nel cuore del Borgo torna a far parlare di sè. Stiamo parlando del caseggiato compreso tra largo Crocetta e via San Martino, al cui posto sorgeranno nuovi complessi residenziali, attività commerciali e box interrati. Sin da subito, però, la decisione di demolirlo è stata osteggiata da Rifondazione comunista e dalle associazioni ambientaliste del Sudmilano. Sta di fatto che, dopo il via libero definitivo della giunta comunale, nella prima decade di gennaio hanno preso il via i lavori per l’abbattimento dello stabile abbandonato. Ora però, ad intervento ormai ultimato, ecco l’ennesimo colpo di scena. Perché proprio in questi giorni Italia nostra, associazione ambientalista del territorio, ha inviato una lettera alla soprintendenza milanese. «Nulla si è salvato del complesso di largo Crocetta - attacca il presidente Carra nella lettera, recapitata anche all’assessore regionale al territorio Davide Boni e a Pietro Mezzi, ex sindaco di Melegnano ed oggi assessore provinciale al territorio -. Non si è salvato l’affresco con la grande crocifissione, e non si sono salvati neppure i muri perimetrali ancora in buono stato di conservazione, che una lettera della soprintendenza datata 18 novembre aveva invece suggerito di mantenere». Pur non vincolando l’edificio, con una lettera inviata a palazzo Broletto nella seconda decade di novembre, la soprintendenza aveva invitato l’amministrazione «a valutare l’opportunità di concordare un piano di recupero che eviti la cancellazione almeno della parte anteriore sulla strada». «Eppure - incalza Carra nella lettera -, dei suggerimenti della soprintendenza al comune, compreso quello che si evitassero rialzi di quota, palazzo Broletto non ha fatto alcun cenno all’opinione pubblica, limitandosi a riferire che l’immobile non era sottoposto a tutela». Ma ora Carra alza la voce: «A questo punto, quindi - sono le sue parole -, chiediamo alla soprintendenza di fare tutto il possibile affinché sia tutelato l’intero nucleo urbano del Borgo e, nello specifico, che si abbandoni il progetto approvato per ricostruire almeno il fronte strada con gli allineamenti e le forme che aveva in precedenza, con i propri profili, e pendenze del tetto, senza rialzi di quota. Evitando torri similmedievali come quelle prospettate, del tutto fuori luogo, attici con terrazzi, portici e balconcini sul lato di via San Martino. L’obiettivo - conclude - è di rispettare l’organizzazione settecentesca di quella zona, già ben connotata nelle carte del catasto teresiano». Sulla vicenda prende posizione il sindaco di Melegnano Vito Bellomo. «Con la sua lettera del 18 novembre - commenta Bellomo - la soprintendenza ha affermato che non sono ravvisabili gli estremi di interesse particolarmente importante, idonei a motivare l’avvio di un eventuale procedimento di vincolo storico-artistico». Quanto invece ai suggerimenti giunti dalla soprintendenza, la mia amministrazione ha ritenuto di non recepirli, come del resto era nel suo diritto. Del resto, il testo di metà novembre era molto simile a quello recapitato a marzo 2008 a Tommaso Rossi, capogruppo consiliare di Rifondazione comunista. Perciò, queste polemiche mi sembrano del tutto strumentali. Cambiare il piano di recupero nella parte su via San Martino? Non ne vedo il motivo, dal momento che abbiamo agito nella piena legalità e con i pareri positivi di tutti gli enti competenti. I lavori di scavo, comunque - rivela -, saranno verificati da un archeologo, come richiesto dalla soprintendenza. Ad ogni modo, prendo atto che associazioni apparentemente apolitiche fanno invece politica attiva. E questo lo considero a dir poco inaccettabile. Anche perchè - ribadisce Bellomo - Italia nostra non mi ha mai consultato per chiedere chiarimenti sulla questione».

Fonte: Il Cittadino

giovedì 8 gennaio 2009

Bertonico - Centrale, sottovalutato il rischio NOx

Bertonico - La costruzione dell’impianto potrebbe esasperare una situazione già critica, la Lega nord chiede più garanzie.Italia Nostra lancia l’allarme sugli ossidi di azoto presenti nell’aria.

A furia di parlare di polveri sottili, i lodigiani si sono dimenticati degli ossidi di azoto, chiamati anche NOx. Si tratta di inquinanti che danneggiano sia la salute che la vegetazione, la costruzione di una nuova centrale nell’area ex Gulf a Bertonico potrebbe peggiorare la situazione e far lievitare le particelle.A lanciare l’allarme è l’ingegner Giovanni Zenucchini, segretario della sezione di Brescia di Italia Nostra, ormai da tempo impegnato nel monitoraggio della qualità dell’aria in tutta la Lombardia. A quanto sembra quello degli NOx è un problema sottovalutato in tutta la regione, poiché nessuna provincia rispetta i limiti previsti per legge.Nel 1999 la Comunità europea ha fissato una serie di regole piuttosto rigide, indicazioni che l’Italia ha recepito nel 2002. Il limite fissato per gli ossidi di azoto è di 30 microgrammi per metro cubo. Anche a Lodi si supera di gran lunga la soglia di allarme, l’ingegner Zenucchini ha calcolato una media sulla base delle centraline Arpa diffuse sul territorio: nella città di Lodi la concentrazione di NOx è passata da 98 microgrammi al cubo del 2005 ai 97 del 2006, fino ad arrivare ai 91 del 2007; una curva in discesa che si è verificata anche a Tavazzano, con 72 microgrammi nel 2005 scesi poi a 60 e 59. Per quanto riguarda Codogno, gli ossidi di azoto sono arrivati a quota 89, 94 e 86. Secondo quanto riferito dall’associazione, lo scorso anno la Lombardia ha raggiunto una media pari a 86,3 microgrammi, più del doppio rispetto alla legge. La punta massima è stata toccata dalla centralina di Dalmine, nel Bergamasco, con 163 microgrammi.«Anche il piano energetico regionale valuta l’inquinamento sulla base di NOx e CO2 - fa sapere Italia Nostra -, il fatto è che in molte province non è tenuto in debita considerazione». La Lega nord, in modo particolare l’ex vicesindaco di Castiglione Alfredo Ferrari, chiede più garanzie e spera che la provincia chieda a Sorgenia di installare a Bertonico tutte le tecnologie in grado di proteggere i polmoni dei cittadini. Dal canto suo la provincia sta spettando che il ministero convochi l’Aia per definire le condizioni di esercizio dell’impianto: «Naturalmente ci interessano tutte le proposte in grado di migliorare la qualità dell’aria - dice l’assessore all’ambiente di palazzo San Cristoforo, Antonio Bagnaschi -, tutto quello che può essere utilizzato per abbattere le emissioni lo chiederemo. È proprio per questo motivo che stiamo aspettando la convocazione del ministero, dopo che abbiamo scritto due lettere».

Fonte: Il Cittadino
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