sabato 21 agosto 2010

Povere cascine del Lodigiano... «La stalla è il fulcro del territorio agricolo, quando muore la stalla anche chi sta intorno è destinato a morire» - Alcune sono abbandonate da anni, cadenti e spettrali

Brembio - La prima cascina è una struttura moderna e ben tenuta, e a stento si crede che sia abbandonata. È la Ponticella a Brembio, costruita negli anni Ottanta e oggetto di diversi tentativi di produzione fino a cinque anni fa, quando fu lasciata definitivamente. Una stalla, l’ampio cortile, le strutture accessorie: migliaia di metri quadrati cementificati ed edificati per l’agricoltura che ora sono invece inutili e inutilizzati.È da qui che comincia il viaggio nell’altro consumo di suolo, quello che non è generato da nuovi insediamenti di logistica o aree residenziali, ma piuttosto dai tradizionali insediamenti propri della nostra terra, le aziende agricole, le cascine, le stalle. Anche l’agricoltura in crisi produce consumo del suolo, in un modo contrario rispetto alla tipologia di cui si alimenta il dibattito politico: quel suolo che era difeso e mantenuto dalle aziende agricole, una volta abbandonate le cascine, diventa terra di nessuno, con potenziali problemi di sicurezza e inquinamento.E Brembio è un po’ l’emblema di questo mondo perduto: paese d’eccellenza agricola, con cascine ai vertici delle classifiche di qualità nazionali e internazionali, nel 2000 contava ben 24 aziende agricole attive. Oggi sono 13.«La stalla è il fulcro del territorio agricolo e quando muore la stalla anche il territorio intorno è destinato a morire - ci spiega Giuseppe Sozzi, sindaco di Brembio -. Per difendere il territorio bisogna partire da qui. Puntare sulla filiera agroalimentare va bene, ma se non sosteniamo la stalla e la produzione, allora tutto è inutile, ci ritroveremo sempre i formaggi rossi o blu. Il problema deve essere affrontato a un livello politico più alto, ma se il Lodigiano facesse sentire una voce unica e forte, senza distinzioni di bandiera, forse potremmo dare un sostegno concreto ai nostri allevatori e agricoltori, e aiutando loro aiuteremmo il territorio».Il viaggio prosegue alla corte Ronchi, fuori dal paese, e qui si respira anche l’aria di un mondo che non c’è più, di feste sull’aia, di lavoro nei campi di giorno e vita di comunità la sera. Strutture moderne, con porte e finestre sbarrate, si alternano a edifici antichi, silos ancora efficienti si affiancano a tetti sfondati e pericolanti. E in mezzo alle rovine e le erbacce sbucano fagiani, garzette e altri uccelli. «Ma qui ci vengono in bicicletta i ragazzini a giocare e curiosare, e forse di notte può diventare rifugio per qualche sbandato o qualche senzatetto, chi lo sa - ci spiega il sindaco -. Dove le cascine muoiono, si lasciano dietro tracce che un comune da solo non riesce a gestire. Soluzioni preconfezionate non ce ne sono, ma tutti insieme dovremmo ragionare su come recuperare queste testimonianze, evitando che siano solo dei problemi». Una cascina del genere, con gli opportuni investimenti, potrebbe tornare a vivere e produrre in pochi mesi, ma chi avrebbe interesse a mettere i soldi per recuperare all’agricoltura edifici, stalle e cortili abbandonati, 3 o 4 mila metri quadrati in tutto di edificato? Diversa è Cascina Cà del Bosco, abbandonata da molto tempo e in totale rovina nella parte dismessa, regno solo di leprotti, fagiani e poiane. Qui da recuperare non c’è più nulla, è rimasto solo un quadrato di cemento e mattoni da 50 metri di lato, con tetti cadenti, muri pericolanti e ridotti in disfacimento, coperti già da erbe ed erbacce e invasi ormai da insetti e animali. Una fine che altre cascine faranno, se non si interviene. Per qualcuno, forse, sarà una rivincita della natura, ma per il territorio questa non è già oggi una sconfitta? Fonte: Il Cittadino


C’è chi riesce a trasformarle in abitazioni. Come Somaglia 

Vivere in cascina, con i comfort delle abitazioni moderne. Tra recupero tradizionale della stalla e nuove forme di ruralità come gli agriturismo, gli ostelli e altre forme di ospitalità, prende sempre più piede anche nel Lodigiano il recupero edilizio a fini esclusivamente residenziali.Gli esempi si sprecano un po’ in tutti i comuni del territorio, tra operazioni già concluse o progetti avviati, sempre o quasi all’insegna del recupero conservativo, almeno dei tratti tipici della corte lombarda. Capofila di questa tipologia di recupero è stata Somaglia, nel cui Piano di Governo del Territorio per la prima volta sono apparse norme specifiche per il recupero a fini residenziali delle antiche cascine dismesse.«Il recupero ai fini residenziali, anche da chi non è imprenditore agricolo, è concesso tramite il cosiddetto permesso di costruire convenzionato - spiega PierGiuseppe Medaglia, sindaco di Somaglia -. L’importante è che il recupero e la trasformazione non modifichino i volumi e che il tutto avvenga con un progetto unitario sull’intera cascina, secondo quanto censito proprio nel piano di governo del territorio. È una novità importante, introdotta per incentivare il recupero ai fini non agricoli».Finora c’è stato interesse in questo senso per una sola cascina esterna al nucleo dell’abitato di Somaglia, mentre altre strutture come Cascina Giulia e Cascina Nuova hanno in atto un recupero determinato da piano di recupero tradizionale proprio perché prossime e inglobate di fatto nell’abitato. «La trasformazione residenziale delle cascine abbandonate è un modo per evitare che vadano completamente perse, almeno nei loro tratti tipici e tradizionali - dice Ferdinando Fanchiotti, progettista del recupero di Cascina Giulia -. Le persone hanno molto interesse per questo tipo di soluzioni abitative, che comunque richiedono una grande attenzione progettuale e realizzativa. In un insediamento di medie dimensioni del nostro territorio si possono ricavare dalle 40 alle 60 unità abitative».Ma in alcuni casi, con le cascine più grandi, si può arrivare anche a un centinaio di unità abitative, servizi e negozi compresi: dei veri e propri quartieri, insomma, pronti a ricreare una propria vita comunitaria. Edizione moderna della comunità che fu. Fonte: Il Cittadino

In trent’anni sono state dimezzate - Spesso appaiono come desolati avamposti di una cultura contadina che sta combattendo ancora per vivere - Le 2500 aziende del 1982 sono diventate le 1500 del 2006

Brembio ha avuto una mortalità delle aziende agricole del 50 per cento negli ultimi dieci anni, mentre la media provinciale potrebbe assestarsi poco oltre il 20 per cento. Difficile essere precisi, perché i dati ufficiali si fermano al Piano Agricolo Territoriale della provincia di Lodi del 2006, e il prossimo censimento agricolo è proprio alle porte.La rilevazione che dirà quante sono rimaste le aziende agricole nella provincia di Lodi partirà il prossimo 24 ottobre e sarà svolto su un campione preselezionato dall’Istat di 2 mila 79 potenziali aziende agricole. Secondo gli ultimi dati del piano agricolo territoriale del 2006 le aziende agricole effettive, cioè con conduzione di terreni o allevamenti, erano 1554. Nel 2000 erano 1776, nel 1990 2286, nel 1982 2530. In 24 anni, dunque, nell’intera provincia erano sparite il 40 per cento delle aziende agricole, con un ulteriore 8 per cento in meno che si potrebbe essere aggiunto dal 2006 a oggi se il trend fosse rimasto stabile.A ogni azienda agricola che sparisce non necessariamente corrisponde una stalla o una cascina che muore, anche se è inevitabile una correlazione tra i due fatti.Oggi la tipologia di abbandono delle cascina prevede tre casi principali: quando il conduttore decide di cambiare attività, per esempio puntando alle energie pulite come biogas o parchi fotovoltaici, quando il conduttore va a lavorare come contoterzista lasciando indietro le proprie produzioni, quando il conduttore affittuario lascia e la proprietà, magari in mano a grandi enti, non ha interesse a proseguire in agricoltura. Non sempre, poi, alla morte della cascina corrisponde un abbandono delle attività nei campi: i terreni spesso continuano a essere coltivati da altre aziende agricole, che estendono la loro produzione e attività. Il problema residuo è proprio quello del cemento, dei manufatti e degli edifici abbandonati, spesso piantati in mezzo alla campagna come desolati avamposti di una cultura contadina e di una produttività agricola che sta combattendo ancora per vivere, ma che oggi fatica sempre di più a trovare la sua collocazione. Fonte: Il Cittadino

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