sabato 16 ottobre 2010

San Colombano - Un secco “no” al fotovoltaico in collina - La struttura si estenderà su 13 ettari sottratti alle coltivazioni: «Non capiamo lo spirito di questa iniziativa»- Nel mirino delle associazioni c’è il parco di cascina San Bruno

Gli ambientalisti banini contro il fotovoltaico selvaggio che sta facendo scempio della campagna dietro la storica cascina San Bruno. A San Colombano la società Quotidia Srl di Codogno sta realizzando un grande intervento di parco fotovoltaico a terra: 13 ettari di ex terreni coltivati da cascina San Bruno sono trasformati in “coltivazioni” di elettricità, con sette lotti funzionali ciascuno dei quali con una capacità compresa tra i 700 e i 1000 kilowatt circa. In queste settimane il parco sta prendendo forma con tanto di pilastri d’appoggio, scavi, sbancamenti e il verde della campagna già cancellato: intervento ben visibile dalla strada che da Campagna conduce a Mariotto.«Sembra assurdo criticare un’attività a favore dell’energia pulita, ma proprio non riusciamo a capire lo spirito di questa iniziativa - spiega il presidente del gruppo ambientalista locale Picchio Verde Maurizio Papetti -. Ci sono tanti tetti, magari ancora con coperture in eternit da smaltire, che possono essere utilizzati per l’installazione di pannelli fotovoltaici, soprattutto sulle cascine, compresa cascina San Bruno, e invece si va a fare consumo del suolo. In nome dell’ambiente si vanno a fare danni all’ambiente, e questo è due volte sbagliato».Oltre al problema del consumo del suolo e dell’impatto visivo che il parco avrà, ce ne è poi un altro riguardo possibili eredità tra 25 anni. La convenzione stipulata anche dal comune di San Colombano, che riceverà energia e soldi freschi grazie al saldo tra elettricità immessa in rete e consumata, prevede che tra 25 anni il gestore ripulisca il terreno e lo restituisca nelle condizioni in cui era in precedenza. Ma a parte il fatto che dopo 25 anni di sterilità e diserbanti coltivazioni e verde non avranno vita facile, rimane il dubbio su chi ci sarà tra 25 anni a compiere il lavoro di ripristino. «Non vorremmo che tra cessioni di aziende, rischi fallimento e altri cavilli amministrativi, alla fine la bonifica dell’area dal materiale utilizzato rimanga a carico della collettività», conclude Papetti.E i dubbi del Picchio Verde sono gli stessi già espressi dal circolo banino Il Quadrifoglio di Legambiente in una lettera pubblica. «A conti fatti, i cittadini di San Colombano hanno tutto da perdere in termini di salute e qualità della vita - si legge nel lungo e argomentato testo -. Inquinamento da diserbanti, aumento del processo di desertificazione del territorio, perdita irreversibile della tipicità del territorio banino, riduzione dei suoli agricoli, cementificazione e industrializzazione dei territori destinati all’agricoltura e all’allevamento, perdita di bellezze storico-paesaggistiche con grave danno per le future attività turistiche, inquinamento delle falde, dispersioni e scariche elettriche».Fonte: Il Cittadino

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