giovedì 21 febbraio 2013

Lo scandalo delle carni tocca Lodi

Lo scandalo delle carni contraffatte tocca anche il Lodigiano. Il maxi ritiro dal mercato di due prodotti del marchio Buitoni, i ravioli di brasato e i tortellini di carne, infatti, avviato volontariamente dal gruppo Nestlè, ha toccato tutti i lotti con scadenza fino all’8 aprile 2013 distribuiti per la penisola, Lodigiano compreso. I controlli a tappeto avviati dalla multinazionale, dopo le prime notizie diffuse in Gran Bretagna sulla contraffazione delle etichettatura da parte di alcune aziende produttrici, hanno evidenziato tracce di dna equino - inferiori all’1 per cento - nei due prodotti a base di carne di manzo proveniente dall’azienda tedesca H.J. Schypke, da cui Nestlè ha sospeso le consegne. «Anche se non sussistono conseguenze di carattere sanitario e di sicurezza alimentare - si chiarisce in una nota - , Nestlé ha deciso di ritirare volontariamente in Italia e in Spagna alcuni lotti di prodotti con data di scadenza fino all’8 aprile 2013». I prodotti sono stati ritirati perché le materie prime di quel fornitore specifico non corrispondevano a quanto dichiarato nell’etichetta e agli «alti standard qualitativi che i nostri consumatori si aspettano da noi» e saranno sostituiti da nuove produzioni contenenti carni di manzo al 100 per cento, confermata dal test del Dna. Un metodo che il Parco Tecnologico Padano ha sviluppato già nel 2008 con un sistema che permette di identificare la presenza nei prodotti alimentari di carni provenienti da ben 13 diverse specie: bovino, suino, equino, pollo, tacchino, capra, pecora, cervo, lepre, coniglio, asino, tonno e anatra. «Al Parco siamo partiti in particolare da bovino, suino, equino, pollo e tacchino in quanto sono le specie maggiormente utilizzate nella produzione di alimenti a base di carne - spiega John Williams, direttore scientifico del centro di ricerca lodigiano -: queste nuove metodiche, rispetto ai sistemi classici, funzionano anche su prodotti cotti e permettono di distinguere tra loro anche specie affini come capra e pecora». Un metodo che permette di «evitare frodi commerciali e tutelare coloro che, per motivi etici e religiosi, non possono o non vogliono consumare determinati alimenti - aggiunge Pietro Piffanelli, coordinatore scientifico della piattaforma genomica - ; per questo la direttiva 2002/86/EC impone che gli ingredienti contenuti nei cibi debbano essere dichiarati. Il Parco già oggi queste analisi a costi contenuti e, se necessario, in tempi molto rapidi, entro le 24 ore». Con un piano di campionamento controllato, «il Parco consente l’utilizzo del marchio Dna controllato sui propri prodotti, senza contare che questo metodo può essere esteso anche a nuove specie».Fonte: Il Cittadino

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