lunedì 25 febbraio 2013

Per non dimenticare: Giuseppe Pota, un medico in missione

 

San Giuliano Milanese, autobus blu dell’ATM, metà anni ’70.
Fra i pendolari che andavano avanti e indietro da Milano avresti visto un giovane sempre chino sui libri. Lo avresti riconosciuto fra tanti, immerso a studiare sui testi di anatomia, patologia umana, ecc. Trattati di medicina. Proprio così. Giuseppe Pota, Pino per gli amici e per i pazienti di qualche anno dopo, si recava al lavoro di operaio alla Motta prima e come bidello poi in una scuola pubblica portandosi sempre dietro i testi di medicina. Giunto nella frazione di Borgolombardo con la famiglia operaia verso la fine degli anni ’60 dalla lontana Foggia, era stato mandato a conseguire il diploma in un istituto contabile, in modo che alla fine del corso di studi potesse trovarsi subito un lavoro e non pesasse più sulla famiglia. Giuseppe ci andava di buon grado, riconoscendo alla famiglia lo sforzo per mantenerlo, ma il suo obiettivo era un altro: stare dalla parte degli ultimi, dei più bisognosi e quindi era naturale che scegliesse un professione che fosse una missione di umanità. Una mezza idea di recarsi nei paesi del terzo mondo, in Africa, l’aveva già avuta da ragazzo. Avrebbe voluto assumere su di sé la funzione sacerdotale per dedicare tutta la vita a chi soffriva, ma la madre l’aveva dissuaso temendo – come diceva lei – che in Africa ci fossero i leoni che mangiavano i bambini e i preti. Allora era stato naturale per lui affiancare i giovani del quartiere durante le lotte del ’68 per rivendicare il diritto allo studio e la fine dello sfruttamento del lavoro salariato oppure manifestare con la gente, sommersa per l’ennesima volta dai miasmi del canale Redefossi, che portava a sud la sentina della città di Milano. Erano state necessarie parecchie azioni di protesta con blocchi stradali e ferroviari per imporre alla Regione la costruzione del canale scolmatore. E Pino era sempre in prima fila per rivendicare il diritto ad una vita più dignitosa in un paese dove la vivibilità era uno sfacelo. Una così forte sensibilità sociale lo portò ad abbracciare gli studi di medicina, una facoltà molto impegnativa per uno studente, immaginate per un lavoratore. La sua scelta era stata fatta ed eccolo qui a studiare persino sull’autobus che lo portava al lavoro. Pino era passato per l’esempio da imitare fra i giovani sangiulianesi, vogliosi ma impossibilitati a studiare per le condizioni economiche delle famiglie. Intanto conosce Lidia e si sposa. La famiglia si allarga a Libera nel ’78 e a Federica 12 anni dopo. Poi si laurea e comincia la trafila come guardia medica nei presidi di mezza regione. La professione non lo distoglieva dal seguire i problemi dei cittadini meno fortunati e così continuava ad essere sempre interessato alle problematiche sociali e a sollecitare l’amministrazione comunale a sostenere le loro istanze, rivendicando al contempo la trasparenza nelle scelte e la partecipazione dei cittadini alla vita politica del paese. Suoi connotati negli impegni pubblici che via via gli venivano proposti e negli incarichi che assumeva o nelle sue proposte da candidato alle penultime amministrative. Un uomo che ragionava con la propria testa, un privilegio di questi tempi. Gli ritornò il desiderio di proseguire quel progetto appena abbozzato da giovanissimo e perciò si era messo a disposizione di gruppi e associazioni non profit in progetti di cooperazione internazionale in Africa e in Perù, con un gruppo di volontari di Sesto Ulteriano. Da ultimo aveva deciso una sfida benevola con la figlia Federica e si era iscritto a Giurisprudenza giurando che l’avrebbe surclassata. Una vita generosa, dedicata agli altri sino alla fine, che lo ha colto due giorni fa al suo posto di lavoro, nel laboratorio medico di Sesto, mente visitava un paziente, un infarto fulmineo. Con Giuseppe se ne va parte di noi, un uomo  di 58 anni che aveva fatto del rigore morale e del mettersi al servizio degli altri la sua missione di vita. Di Paolo Rausa

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