Melegnano, 17 giugno 2014 - Si compie un ulteriore passo avanti nella bonifica della "fabbrica dei veleni". In municipio a Melegnano è partito l’iter per l’assegnazione del piano di caratterizzazione della ex Saronio, la fabbrica chimica dei tempi del Duce,
che ha mietuto decine di morti tra i suoi stessi operai. Chi si
aggiudicherà il bando di gara, emesso dal Comune in base alle direttive
di Regione Lombardia, dovrà eseguire analisi e carotaggi sull’area un
tempo occupata dalla ditta. L’obiettivo dell’indagine è valutare
l’eventuale presenza di scorie rimaste in giacenza nei terreni, isolando
le sostanze potenzialmente pericolose.
"La mappatura - spiega
l’assessore ai Lavori pubblici Lorenzo Pontiggia - verrà eseguita a due
diversi livelli di profondità. Questi esami sono propedeutici alla
programmazione di una successiva bonifica". Così il Sud Milano potrà
liberarsi definitivamente dall’incubo della Saronio. Il piano di
caratterizzazione è finanziato dal Pirellone con 182mila euro. Trenta gli studi professionali in gara per
l’esecuzione dei lavori. Le analisi interesseranno un’area, oggi
residenziale e industriale, compresa tra il quadrante Ovest di Melegnano
e Cerro al Lambro. È qui che si trovavano i capannoni della Saronio,
estesi per chilometri fino alla dismissione della fabbrica, avvenuta nel
1966. "Dopo la perimetrazione dell’area critica, ecco un ulteriore
passaggio verso la bonifica. L’iter è tracciato, ora non si potrà far
altro che procedere", commenta il sindaco di Melegnano Vito Bellomo.
E aggiunge: "Il nostro Comune ha giocato un ruolo importante nel
contatto con gli enti superiori, dall’Arpa fino alla Regione. Grazie a
questa sinergia, per la prima volta si è affrontata in maniera concreta
una questione annosa e complessa. L’area un tempo occupata dalla
Saronio, infatti, ora è in gran parte urbanizzata e questo ha reso più
difficile l’attività di scandaglio".
Fondata da Piero Saronio nel
1926, la "fabbrica dei veleni", com’è stata ribattezzata in seguito,
produceva solventi e coloranti. La ditta conobbe il massimo splendore
durante il Fascismo; ai tempi d’oro, impiegava oltre duemila dipendenti.
Fra questi, si riscontrarono diversi casi di tumore alla vescica negli
anni successivi alla chiusura degli stabilimenti. Sotto accusa le ammine
aromatiche, sostanze pericolose che rappresentavano la base di molte
lavorazioni industriali e che evidentemente venivano manovrate senza le
dovute misure di sicurezza.Fonte: Il Giorno
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