Adagiata nell’erba la fornace di Corno Giovine sonnecchia buttando fuori aria dai tunnel che le fanno da narici. Il tetto è un cappello dalla tesa larga sotto cui gli occhi scompaiono e il camino un invito affusolato a condurre lo sguardo in alto. Limpido o offuscato di nubi il cielo le appartiene almeno quanto la base terrigna, eco biblico del “gesto” che «prese la creta, la plasmò e con un soffio diede vita all’uomo». Fino agli anni Sessanta uscivano di qui i mattoni, le scandole e i coppi utilizzati per costruire le architetture in terracotta della Bassa. Sono i muri che abitiamo ancora oggi, cortili abbandonati, palazzi del culto e del potere. Siamo “noi”. Cosa è lei lo si capisce invece solo incontrando Ilia Rubini, la “libellula” che da oltre cinquant’anni ne percorre incantata gli antri, attenta a non violarla. «Hai visto quanto ha da dire?» domanda mentre scendiamo assieme la scala che dall’essiccatoio conduce alla camera del fuoco. In cima restiamo a guardare le capriate mozzafiato che reggono il soffitto, come la prima volta anche lei che le conosce da sempre. Sui due piani, più quello a terra dove erano sistemate le formelle pronte per cuocere, si srotolava l’attività della fornace: al fuochista spettava alimentare le camere di cottura facendo piovere il carbone ardente dalle bocchette sui mattoni, e ai garzoni caricare questi dall’aia e disporli a nido d’ape così che le fiamme li avvolgessero in modo uguale. Oggi la luce ha preso il posto del fuoco. Filtra dall’abbaglio di alberi e rampicanti nel giardino là fuori, e placa la stanchezza di quegli uomini. Ilia Rubini, pittrice e scultrice lodigiana, non l’ha dimenticata, ma l’ha fissata per sempre nei ritratti di un pacificante “museo della fatica” all’aria aperta. Vuole darle voce. E per farlo suggerisce di spegnere lo sguardo e accendere il cuore: «Venire qui è fermarsi un attimo e ascoltare il silenzio, sentire la quiete che la fornace può dare, come calma il suo respiro lento». Da oltre cinquant’anni, quando scelse di abitare questo scampolo di mondo presa da un «innamoramento folle», è anche il suo: lo è diventato vivendole accanto, nell’eccedenza di libertà che corre tra il rustico dove ha preso casa e la fornace. Un corridoio ricoperto di erba soffice su cui le ombre dei gatti sfilano via veloci. «Orfanelli che passano di qua e a volte restano, ci sono anche dei cagnolini» racconta Ilia con quell’uso grazioso del diminutivo che accorda alle cose che ama. Persino le «seggioline» che riempiono il cortile nei giorni di apertura al pubblico e «servono a farla conoscere – dice riferendosi alla fornace quasi fosse una bimba da proteggere -, a capire che è un’eredità da portare avanti». Il suo grande sogno, la missione all’inizio difficile da condurre sola. «Non potevo accettare che fosse abbattuta come è accaduto a tante altre – ricorda – non volevo vederla inginocchiata a terra, sapevo che doveva far parlare la gente semplice che non c’era più, ma serviva coraggio». Niente più di quello che già aveva, ma spetta a un incontro rivelarle: «Un giorno sento suonare il campanello e arriva questo signore con una barba, intimidito, che teneva in mano una piccola macchina fotografica – racconta – mi chiede se può vedere la fornace, il primo e unico che si fosse mai interessato a “lei”, e così lo accompagno lasciandolo là a fotografare». Se ne dimentica. E quando lo rivede ha «gli occhi di un fanciullo gioioso, che non si aspettava di trovare una fornace integra, al lavoro fino a poco tempo prima». Lui è Giacomo Bassi, architetto, e insieme alla Rubini promotore del vincolo posto dalla Soprintendenza a tutela del “piccolo scrigno”. Da visitare domenica 30 maggio alle 16.00 nell’ambito della rassegna “Il Lodigiano e i suoi Tesori”. Ci sarà anche Ilia: «La musica con questo titolo bellissimo (“Ballate di terra e fuoco” in programma alle 17) la farà cantare ed io sarò troppo felice». Anche così la “meraviglia appisolata” può continuare a vivere. Fonte: Il Cittadino
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