Un tempo le città costruivano le loro identità sui fiumi, magneti dei commerci, porte di confine e luoghi d’incontro assieme. «L’acqua unisce, la montagna divide», è uno degli assiomi di quella disciplina che si chiama geografia della percezione. L’Italia è piena di “città di fiume” sorte lungo una strada naturale, e Lodi a suo modo ne è un esempio. L’Adda - che ancora oggi a volte rivendica la sua appartenenza alla sfera sfuggente della natura, come nell’alluvione di qualche anno fa - è stato per secoli lo spartiacque oltre il quale c’era un altro mondo. Persino un altro Stato, la Repubblica di Venezia. Ma anche Melegnano ha da sempre un fiume, il Lambro, e si discute se per caso persino il nome “Melegnano” derivi da quei “maria” latini che indicavano le paludi del lago Gerundo. C’è stato un lungo periodo, nella seconda metà del Novecento, in cui Melegnano e peggio ancora Milano hanno dimenticato di averlo, quel sofferente corso d’acqua. Oggi la migliorata ma mai compiuta consapevolezza ambientale sta faticosamente riconquistando il concetto che una città, per quanto vicina a una metropoli, muore se punta tutto su case e strade. I fiumi sono tra gli ambienti naturali meno colonizzabili (non ci si va a vivere, non si piantano capannoni) e bisogna tenerseli stretti. In questa falsariga si è mosso, lo scorso aprile alla biblioteca civica di Melegnano, un interessante summit col Lambro al centro della riflessione. I circoli Legambiente di Melegnano, Sesto San Giovanni, Monza, San Colombano – non a caso quelli affacciati sul bacino fluviale – assieme alla Fiab, la Federazione italiana Amici della Bicicletta, hanno messo lì una tesi in parte provocatoria, ma non troppo: «Sul Lambro si può andare in vacanza?». Ambientalisti locali di lunga esperienza come Giulietta Pagliaccio di LaBiCi e Ciclodi, oppure lo stesso presidente regionale di Legambiente Damiano Di Simine, hanno evidenziato che non solo si può, ma si deve anche. La direttiva europea 60 del 2000 detta infatti alla Regione una data precisa (e densa di simboli) per il completo recupero del Lambro, per la sua cosiddetta “rinaturazione”: il dicembre 2015, l’anno dell’Expo Milano. «Certo – è stato osservato nella tavola rotonda – episodi come lo sversamento di petrolio a Villasanta sono enormi passi indietro». Attorno al Lambro, nel Sudmilano, bisogna lavorare molto anche sulle piste ciclopedonali. Oggi solo pochi tratti dell’alveo sono affiancati da una sede ciclabile in condizioni di buona percorribilità. Gran parte del Lambro è mistero per chi ci vive a fianco: non ci si arriva. Il primo incontro sul “Contratto di fiume Lambro” ha perciò esposto le linee portanti della tesi di laurea di Davide Cominelli, che appunto teorizza il raccordo dei vari pezzi scoperti (manca ad esempio una valida alternativa alla via Emilia), completando in tal modo l’anello naturalistico.Fonte: Il Cittadino

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