mercoledì 25 agosto 2010

San Donato - Un viaggio dentro il “suk” della metro - Con «il Cittadino» nell’universo multietnico di persone e banchetti che non è andato in vacanza neanche in agosto - Tra vestiti da 50 centesimi, vecchi cellulari e prodotti taroccati

Sta lì a quattro passi dal Centro Snam di via Caviaga, anche se un confine netto sembra dividere due mondi dietro i sottopassi per la metropolitana Tre. Il “suk” nella terra di confine fra la metropoli e il suo sobborgo targato Cane a sei zampe non si è fermato mai, nemmeno nel cuore di agosto. Ma cosa c’è davvero nel mercato multietnico circondato da leggende (e anche qualche azione delle forze dell’ordine,nda), visto un po’ come una città provvisoria, dove probabilmente la maggioranza dei sandonatesi non ha mai posto piede? «Il Cittadino» ha provato a scoprirlo, o almeno a descriverlo, in una domenica di agosto. Dunque, una volta superata via Caviaga, si intuisce subito da che parte arriva il grosso dei frequentatori. Da San Donato solo qualche persona, mentre ad ogni stop dei convogli Mm3, i portelli si rigirano sotto la pressione di una fiumana. Si fanno i cinquanta metri che mancano al portale di ingresso - in mezzo a due ali di furgoncini, spesso di seconda o terza mano, degli ambulanti - e si entra in un ambiente che ostenta subito la sua prima caratteristica: l’estrema densità. Il parcheggio, per quanto grande, sembra proprio piccolo con così tante bancarelle, o piuttosto piazzuole, che cercano ciascuna il suo spazio. La gente che si aggira fra le centinaia di migliaia di pezzi: proprio tutti stranieri? La risposta non è facile, però a grandi linee verrebbe da rispondere al 95 per cento sì. Ogni tanto si incontra un signore, con aria da classico pensionato milanese, che potrebbe essere un italiano a caccia di prezzi super scontati. Ma l’impatto visivo è di una comunità non italiana, però frammentata in mille provenienze. A naso sembrano prevalere gli arabi, con forti presenze dall’Africa nera e dall’Europa dell’Est. Cinesi, mica tanti. E tutti, o quasi, vestiti all’occidentale. Una volta dentro il caleidoscopico mercato colpisce vedere che non è affatto un baluardo del tradizionalismo. C’è qualche donna islamica velata, un pakistano col turbante, si sente ogni tanto una litania, ma di burqa proprio zero. Piuttosto, i ragazzi più giovani ostentano un numero di magliette di complessi rock che fra i loro coetanei tricolori è andato fuori moda, e rovistano fra mucchi di magliette di calcio (copie) con i campioni europei. Fondamentalmente, il “suk” presenta tre tipi di diversi di articoli. Prima categoria, l’abbigliamento: tutto rigorosamente fra 0,5 e 15 euro a pezzo. Ma le sorprese arrivano nella seconda e terza categoria. Ci sono molte postazioni definibili solo come “la casa dalla a alla z”. Può capitare di vedere assieme, posati per terra, un trapano, cinque bottiglie di vino, i quaderni di «Rinascita» del 1947, un mucchio di telecomandi, vecchie ciabatte elettriche, un aspirapolvere e una pila di scarpe. Il terzo tipo di iniziativa commerciale rientra a grandi linee nel concetto di “informatica ed elettronica”. Anche qui però decisamente con originalità: ci sono vecchi cellulari del tipo che si usava almeno cinque anni fa. Pezzi di computer, schede a circuito; consolle mixer, moltissimi radioloni tipo anni ‘80. Sotto una bella chitarra appesa alla rete si vede un notebook abbastanza nuovo. Certo che al “suk” si trova proprio tutto. Ad un certo punto un clacson fende la folla: due stranieri, probabilmente dell’Est, se ne vanno con una moto.Fonte: Il Cittadino

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