ROMA - Mentre il governo Berlusconi varava la legge che
bocciava il gestore pubblico dell'acqua, facendolo finire in serie B e
costringendolo per legge a restare in minoranza nelle aziende quotate in
Borsa, grandi città, comprese quelle che per decenni avevano
sperimentato la gestione privata, decidevano di puntare sul pubblico.
Parigi, Berlino, Johannesburg, Buenos Aires, Atlanta, Monaco di Baviera
sono tutte guidate da ideologi sprovveduti, teorici estremisti che
odiano i capitali privati? Proviamo a vedere cosa sta succedendo in
alcune di queste città partendo dal caso meno pubblicizzato, Monaco di
Baviera. La chiave per comprendere la scelta di Monaco è il
rapporto tra l'acqua e il territorio. Per la risorsa idrica quello che
conta è la qualità dell'ambiente: più si preserva la natura in cui
l'acqua scorre, meno è necessario intervenire sugli acquedotti. Nel 1992
Monaco di Baviera ha deciso di acquisire i terreni vicini alla falda e
di riservarli alla coltivazione biologica: niente chimica, allevamento
controllato. In questo modo è stata vinta la battaglia contro i nitriti
che per tre decenni avevano continuato a crescere e l'acqua può arrivare
in tavola senza cloro e senza trattamenti chimici. Analoga la scelta
di Parigi che, dopo la decisione di far tornare l'acqua in mano
pubblica togliendola alle due multinazionali francesi (Veolia e Suez)
che gestivano il servizio da 25 anni, ha preso il controllo dei terreni
collegati alla falda idrica e li ha concessi in affitto a canone
agevolato o a titolo gratuito agli agricoltori che si sono
impegnati a lavorare seguendo gli standard più rispettosi dell'ambiente.
Secondo i dati del Comitato per il sì, le perdite di rete registrate in
Francia dai due principali gruppi privati del settore vanno dal 17 al
27 %, contro il 3-12 % della gestione pubblica. E l'assessore alla
municipalità di Parigi, Anne Le Strat, ritiene che il passaggio da un
sistema privato a uno pubblico consentirà di risparmiare 30 milioni di
euro l'anno. "Questo tipo di scelte può essere fatto solo se la
gestione dell'acqua è pubblica perché impone investimenti e
programmazioni a lunghissimo termine", ricordano al Comitato per i sì al
referendum. "Una società privata non ha interesse a investire per
acquistare terreni che poi potranno non servirle più a nulla se alla
scadenza il contratto non viene rinnovato. Inoltre avrebbe difficoltà a
giustificare agli azionisti un investimento così importante per
risolvere un problema che si può affrontare con una spesa molto minore
utilizzando il cloro". I punti cruciali sono dunque due. Il
primo, come abbiamo visto, è lo spazio. Più è vasta l'area
ambientalmente sana in cui l'acqua scorre minore è la necessità di un
intervento correttivo sulla rete idrica. Il secondo è il fattore tempo.
Gli importanti investimenti di cui il settore idrico ha assoluto bisogno
per chiudere il cerchio dell'acqua collegando alle fogne quel 30 per
cento di scarichi non ancora in regola, richiedono uno sguardo lungo. La
manutenzione costa, l'espansione della rete costa. E i ritorni si
misurano nell'arco di vari decenni. Spesso troppi per un'azienda privata
che è abituata a rendere conto del suo operato in tempi decisamente più
brevi e che difficilmente ottiene contratti con una durata di più di 30
anni. A meno che il controllo delle scelte sull'acqua non rimanga
saldamente in mano alla mano pubblica.Fonte: La Repubblica.it
lunedì 6 giugno 2011
VERSO IL REFERENDUM Acqua, Italia controcorrente all'estero vince il pubblico. Cura dell'ambiente, importanza degli impianti e fattore tempo: ecco perché da Monaco di Baviera a Parigi si è tornati indietro e si è affidata la rete idrica al settore pubblico. Con maggiore efficienza e grandi risparmi.
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