A breve verrà effettuata l’autopsia sulle carcasse per stabilire la causa del decesso.Gli esemplari erano nella zona di ripopolamento, avviata un’inchiesta.Sono quarantadue le lepri trovate morte nel fine settimana all’interno dell’area ZRC (Zona di Ripopolamento e Cattura) di San Rocco al Porto. Sabato sera, durante un sopralluogo, Carlo Suzzani, presidente della sezione locale cacciatori di Guardamiglio, e Leopoldo Granata, presidente della commissione ecologia del comune di Guardamiglio, hanno rilevato la presenza di alcuni esemplari di lepre riversi senza vita lungo il terreno della ZRC di San Rocco al Porto. «Appresa la notizia - spiega Enrico Rossi, veterinario ufficiale dell’Asl e referente per l’avifauna - domenica mattina ci siamo recati in quello stesso luogo per verificare che non vi fossero presenti ulteriori carcasse di lepri, ma purtroppo non è stato così e, considerato l’elevato numero di esemplari individuati, abbiamo a quel punto preferito porre in allerta altri cacciatori, al fine di predisporre un controllo a tappeto che ha poi permesso il ritrovamento effettivo di ben quarantadue carcasse». É mistero però sulle cause che hanno condotto le numerose lepri a questo mortale e comune destino. Tuttavia proprio per accertarsi che alla base di queste scomparse non vi siano forme virali o patologiche dannose per altri animali, due lepri delle quarantadue rinvenute nel weekend saranno presto oggetto di specifiche analisi condotte dall’Istituto Zooprofilattico di Lodi diretto dal dottor Mario Luini, che al proposito dichiara: «Non appena ci saranno consegnate le carcasse effettueremo le autopsie e gli accertamenti di laboratorio necessari ad indagare le cause di quanto accaduto e il tutto in pochi giorni; ma qualora risultassero indispensabili ulteriori accertamenti a fronte di responsi tutt’altro che banali o confortanti, gli studi si protrarrebbero di certo per molto più tempo». La Sezione Diagnostica di Lodi dell’Istituto Zooprofilattico si dedica infatti prevalentemente alle problematiche di sanità animale a supporto delle attività di risanamento e di sorveglianza delle malattie infettive condotte dai Servizi Veterinari della Asl e delle attività sul campo dei veterinari liberi professionisti operanti su territorio nel campo della diagnostica delle malattie d’allevamento. Anche in questa circostanza dunque la collaborazione fra caccia e sanità si è rivelata centrale, in linea con gli interventi di monitoraggio della fauna del territorio svolti da tempo in maniera sinergica fra cacciatori, Asl e Provincia a tutela della salute comune.
Fonte: Il Cittadino
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