«Giuseppe Grossi è solamente un socio di minoranza ed è entrato nella proprietà del terreno in un secondo momento, ritirando la quota di un altro socio». Prende la parola Ezio Parapini, che tiene a chiarire che il “re delle bonifiche” «non ha mai influito sulle decisioni dell’Immobiliare Pisacane» e che «non ci sono nè ci sono mai stati affari tra me, da sempre legato all’agricoltura, e l’industriale Grossi, che frequentava sporadicamente l’area del Mortone da solo per rilassarsi con la caccia, senza che l’abbia mai visto accompagnarsi qui a politici». Settantasette anni, conduttore di attività agricole e alberghiere in Costa Rica e in Nicaragua, Parapini era cresciuto tra Pantigliate e Settala e si era quindi trasferito in Centro America: «Nel Nuovo Mondo mi ci aveva portato Renzo Zingone, l’ex padrone della Rinascente diventato poi banchiere, quindi costruttore e, infine, agricoltore – ricorda Parapini -. La sua creatura, la nuova città di Zingonia, avrebbe dovuto essere molto più ampia. Ma i cinque comuni interessati gli avevano messo i bastoni tra le ruote e avevano bloccato i lavori avviati. Così, essendo proprietario di moltissimi altri terreni che non poteva edificare, si era voluto affidare a un agricoltore e “terzista” come me, perché sapeva che ero molto abile nel far rendere i raccolti. Così avevo cominciato a lavorare con lui, poi mi aveva dato un incarico biennale in Centro America. Mi sono innamorato di quei Paesi, e come compenso per il lavoro svolto ho avuto in dono quote di una sua azienda in Costa Rica. Ho scoperto solo in queste settimane, leggendo i giornali, che Grossi opera nel ramo delle bonifiche. Quando l’avevo conosciuto io decenni fa era all’ex Innocenti a differenziare cumuli di rifiuti. Allora era una novità. Da allora in poi l’ho rivisto occasionalmente in riserva a Zelo: io torno in Italia solamente due volte l’anno, il mio cuore è in Costa Rica».Parapini non ama la ribalta e “scende in campo” in questa occasione solamente dopo che «Il Cittadino» ha riportato il suo nome come socio dell’Immobiliare proprietaria di terreni a Zelo, all’interno della riserva del Mortone, per i quali da quasi un decennio è in gestazione un progetto che prevede un’escavazione per creare una zona umida, dove storicamente c’era una lanca dell’Adda. Un progetto controverso, «ma l’idea non è nata dai proprietari, bensì dai vertici di allora del Parco Adda Sud». Parapini ricorda che un giorno l’allora presidente Attilio Dadda e il direttore tecnico dell’ente Luca Canova si erano presentati per un sopralluogo, «e poi, vedendo un canneto, mi avevano parlato della possibilità di un progetto di riqualificazione – ricorda ancora Parapini -. Io risposi che avrei dovuto chiedere ai soci, anche se ero già in maggioranza nella proprietà del terreno, e quindi come società abbiamo fatto quello che ci chiedeva il Parco. Tutto alla luce del sole. Da un certo punto in poi, non li abbiamo più visti. Due cose voglio che si dicano chiaramente: che quella non è una cava e che io non gradisco essere paragonato a Grossi, viste le accuse che ora gli vengono mosse, sia pure per vicende che con il Mortone non c’entrano proprio nulla».Per fissare alcune date, le zone umide artificiali erano previste nelle norme del Parco Adda Sud fin dal 1994, e, dopo l’adozione dei criteri di attuazione nel gennaio 2001, nel mese di maggio dello stesso anno l’Immobiliare Pisacane aveva presentato una dichiarazione di disponibilità a sottoscrivere una convenzione su ripristini e ricostituzioni ambientali su terreni nel foglio catastale 23 in territorio di Zelo e nel foglio 14 di Spino. Al Parco, in base alla convenzione siglata nell’ottobre del 2001 dall’allora presidente Dadda, e dalla legale rappresentante della Pisacane, spetta la progettazione, poi realizzata da un pool di biologi, geologi, architetti e ingegneri idraulici, e le spese a carico dei privati dovevano essere garantite da fideiussioni per un totale di 50 milioni di lire.Tre anni dopo questo accordo si arriva invece al “no” dei consigli provinciali di Lodi e Cremona nel 2005, alle nuove norme regionali sui bacini idrici di fine 2008, che sbloccano la pratica giacente al Pirellone, all’alzata di scudi degli enti locali in primavera, con l’ennesimo “no” a quella che molti continuano a chiamare cava, e, trapela solo in queste ore, alla lettera del 26 maggio scorso del presidente del Parco, Silverio Gori, che scrive alla Pisacane “si confermano i provvedimenti assunti”. A partire dal progetto, già approvato da anni. Erano seguite integrazioni come la Valutazione di impatto ambientale e quella paesaggistica, e ora per partire mancano solo la convenzione finale e il parere favorevole della Regione Lombardia. I soci della Pisacane al momento sostengono di non aver preso decisioni sul progetto, «nel quale comunque abbiamo investito», pagando i tecnici scelti dal Parco, e si sentono «delusi e potenzialmente danneggiati» dalla vicenda, «anche alla luce di altri laghetti autorizzati nel frattempo senza battere ciglio, e non in una zona, come la nostra, dove in passato un laghetto esisteva già come ben sanno familiari dei soci della Pisacane che andavano lì a giocare da piccoli».Fonte: Il Cittadino

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