Dieci candeline sulla “torta” dell’euro, ma anche la città dai 28mila
euro di reddito medio, San Donato, stenta ad alzare i calici alla moneta
dell’Unione europea. Era il primo gennaio 2002 quando gli italiani
spesero le ultime lire e si munirono di “convertitori” (si regalavano
anche con i fustini del detersivo) per tradurre i prezzi nella nuova
valuta.
Ben presto fu chiaro che quegli “aggeggini” di plastica erano
inutili perché il rapporto appariva lampante: un euro in pratica valeva
mille lire. Ad onta dei 1936,27 della livrea ufficiale, tutti si resero
conto in fretta che con gli stessi soldi di prima si comprava la metà.
Più o meno. E ancora oggi, dieci anni dopo, l’Italia e San Donato
viaggiano nella scia di quell’“onda d’urto” iniziale. Le considerazioni
sul decennale più che guardare al presente, si rivolgono ad un passato
che non è più possibile modificare: il peggio è accaduto all’inizio, ora
si deve andare avanti. In mezzo agli strali dei commercianti in affanno
e dei pensionati “ibernati” nella rivalutazione dei loro assegni,
qualche luce di buonsenso (o minore pessimismo) si coglie nei pareri di
chi annota come «senza euro non saremmo nemmeno qui a lamentarci
dell’euro; saremmo già falliti», oppure di chi constata come l’unico
evento in grado di appioppare una seconda batosta in stile argentino
all’Italia sarebbe proprio il tornare indietro. Rimettere in auge la
lira? Un euro: cinquecento lire. Così, anche fra le vie sandonatesi la
“gigantesca” interrogazione collettiva su questa Italia dove il
“benessere” appare un residuato anni Ottanta, conduce a tali
conclusioni. Leonardo Bonazzoli ad esempio, gestore di “Zig Zag libri e
dischi” in via Libertà da prima del 1990, è osservatore di un doppio
fenomeno: da un lato il minore potere d’acquisto, dall’altro il
cambiamento dell’approccio alla cultura, anche quella musicale, da una
generazione all’altra. «Per quanto riguarda l’euro in sé - riflette -
l’unica cosa che posso dire è che la finanza comanda e la politica
esegue, di questo si rendono conto tutti. Su libri e dischi la tendenza
da molti anni è chiara. Il libro e il disco resistono come acquisti
d’eccezione e non ordinari: vanno come regali, a sé e agli altri. Cd e
libri costano meno di altre cose, e allora si comprano quando ci si
vuole “lanciare”. Il futuro della musica è assolutamente su Internet, o
su cellulare, sempre che restino gratis siti come “youtube”». Dieci anni
fa più o meno, anzi nove e mezzo, i giornali cominciarono a scrivere
che gli italiani, di fronte alla “furbata” (per metà di loro), del
cambio “un euro mille lire”, avevano cominciato a tagliare anche uno dei
loro rituali sacri: il caffè al bar la mattina. Ma forse fino a quel
punto non si è arrivati. «Occorre tenere i prezzi giusti però - annota
Piergiuseppe Gatti, dietro il bancone del Bar d’Angolo di via Libertà -:
quindi il caffè sotto un euro. Con questi prezzi lavoriamo bene». Ci si
sposta al mercato di venerdì 30 dicembre in via Battisti. Pieno di
gente, una bancarella alimentare (domina il pesce del cenone di San
Silvestro) e una di abbigliamento con cartellini che annotano il prezzo
minimo possibile: un euro appunto. «Me la ricordo la lira, quando sono
venuto da piccolo in Italia - riflette Azzedyne Sellami, 17 anni,
origini marocchine e tuta di una squadra di calcio bergamasca indosso -
fra un po’ di anni deciderò se restare qui o tornare indietro». Ma si
capisce che resterà qui, l’accento ormai è bergamasco. «L’euro? Ormai la
“frittata” è fatta: non bisognava unire le economie e le mentalità del
continente - osserva la signora Carmela, pensionata - troppe
differenze». Un’altra signora però ragiona più da “economista”: «Bisogna
riconoscere che in fondo, quello che ci consente di lamentarci tanto è
proprio la moneta unica. Nei primi anni Novanta eravamo già un paese
fallito». Punta molto sugli esempi concreti di merci diventate
improvvisamente “d’oro” in quel Capodanno 2001 Salvatore Ligreci,
ambulante di prodotti d’igiene e bellezza: «In quegli anni comprai casa -
rievoca non con il sorriso -, con le lire, 500 milioni, con gli euro
500mila. Il costruttore, quello che me l’ha venduta, adesso si rosola
al sole in Brasile».Fonte: Il Cittadino
